
Questa sera ero seduto a Ranco, sullo stesso lungolago dove a primavera ci siamo ritrovati in cinquantaquattro per il raduno Royal. Stessa terrazza, stessa vista. Ma era una sera diversa.
Con me mia moglie. Un aperitivo, niente di speciale: io uno Sbagliato, lei un tè freddo con il ghiaccio che risuonava nel bicchiere ogni volta che lo spostava. Un toast farcito tagliato in due, sul tavolino tra noi. Intorno, la solita confusione gentile dei locali sul lago — voci, un filo di musica bassa, il rumore sordo dei piccoli motoscafi sull’acqua. Un’aria insolitamente fresca per giugno, e un sole che scaldava il giusto.
E stavo benissimo.
Non stavo pensando a niente di urgente. Non stavo guardando il telefono. Guardavo il lago e mi sono reso conto, con una chiarezza quasi inattesa, che questo è quello che voglio. Non come consolazione. Non come ripiego. Come scelta.
Ci arrivi in un certo momento della vita — se sei fortunato, e se stai attento — a capire la differenza tra ciò che desideravi perché te lo aspettavi da te stesso, e ciò che desideri davvero. Non è un’illuminazione. Non arriva di botto. Arriva per accumulo, per sottrazione, per piccole rinunce che si rivelano, col tempo, liberazioni.
Per me è stato un periodo lungo. Il matrimonio. La decisione di rallentare. La scoperta — vera, non retorica — di essere una persona capace di cose che non mi aspettavo: scrivere, per esempio. Tenere un blog. Sedermi a costruire qualcosa di lento, in un mondo che corre.
E poi le persone. Ne bastano poche. Quelle a cui pensi quando succede qualcosa di bello e quelle a cui telefoni quando succede qualcosa di brutto. C’è chi conosco da sempre, amici vecchi a cui voglio bene in modo viscerale, con quella familiarità che non ha bisogno di essere spiegata. E c’è chi è arrivato di recente — come quello che si chiama come il vino — e in poco tempo ha già trovato un posto fisso. Non so come spiegarlo meglio: ci sono persone con cui stai bene e persone con cui stai a tuo agio. Le prime possono essere tante. Le seconde, pochissime. Ho smesso di inseguire le prime e ho iniziato a curare le seconde.
E poi c’è stata la moto.
Ho guidato per anni moto potenti. Non perché non mi piacessero — mi piacevano davvero. Ma c’era qualcosa di costruito in quel piacere, qualcosa che aveva più a che fare con chi credevo di dover essere che con chi ero. Avevo vissuto per anni una parte — quella dell’appassionato che non scende sotto una certa cilindrata, che conosce i nomi, che riconosce il suono. Una parte che pensavo gli altri si aspettassero da me. Forse me la aspettavo pure io. Poi un giorno ho tirato fuori la Royal Enfield e ho capito che quello era il gusto che cercavo davvero. Non la velocità. Non i cavalli. Il ritmo. La sensazione della strada sotto. Il modo in cui una curva lenta ti chiede di esserci davvero, invece di attraversarla. Ho smesso di dimostrare. Ho iniziato a guidare.
Non ho smesso di apprezzare le moto veloci. Ho smesso di averne bisogno.
È una distinzione piccola. Per me è stata enorme.
Penso che per anni molti di noi — e io per primo — passino il tempo a costruire una versione di sé stessi accettabile per gli altri. Un ruolo. Un’identità riconoscibile. Qualcosa che dica: ecco chi sono, potete aspettarvi questo da me. E ci si impegna, ci si sforza, si coltiva quella versione con cura quasi ossessiva. Fino al giorno in cui ci si ferma — magari su una terrazza sul lago, con un bicchiere in mano — e si capisce che quella versione non era poi così vera. Che sotto c’era qualcosa di più quieto, più semplice, più tuo. E che quella cosa stava aspettando solo che tu smettessi di fare rumore per sentirla.
Il vero benessere, ho scoperto, non è arrivare a qualcosa. È smettere di fingere di essere qualcosa che non sei. È il momento in cui ciò che scegli e ciò che vuoi finalmente coincidono. Quando rallentare non è una resa ma una preferenza consapevole. Quando un tè freddo sul lago vale più di mille serate rumorose. Quando il ghiaccio che risuona in un bicchiere, il sole che scalda il giusto e una persona accanto in silenzio sono, semplicemente, abbastanza.
Non devi arrivarci per forza in moto. Puoi arrivarci ovunque. Ma aiuta avere qualcosa che ti costringa a stare nel momento — qualcosa che non ti perdoni la distrazione.
Per me quella cosa è la mia moto lenta.
Rallenta. Guarda. Respira.
