Cadere e rialzarsi

Cadere e rialzarsi non è, per me, un modo di dire. È una frase precisa che mi dico da anni, ogni volta che serve, e non l’ho mai scritta da nessuna parte prima d’ora.

Ciao cazzone. Hai fatto una cappellata enorme, ed è tutta colpa tua.

Non è un rimprovero. È l’unico modo che ho trovato per rialzarmi davvero, invece che fingere di esserlo già.

Per anni prima di quella frase ero stato uno che aveva tutto sotto controllo, o almeno così sembrava da fuori — e un po’ anche da dentro. Volevo qualcosa, la compravo. Volevo partire, partivo. Non era stato regalato niente, questo va detto: ho sempre lavorato duro, sudato ogni cosa. Ma quando sei sempre nel mood giusto, quando non ti sei mai dovuto porre un limite vero, ti monti la testa senza nemmeno accorgertene. Ti sembra che quello stato sia la normalità, non una fase.

Poi sono arrivati gli errori. Non uno piccolo — di quelli grandi, quelli che si vedono anche da lontano. Ho rotto qualcosa di importante con le mie mani, e invece di fare i conti con quello che avevo rotto ho fatto la cosa più stupida possibile: ho passato più di un anno a cercare di rimediare annullandomi. Accettavo qualsiasi imposizione mi venisse chiesta, compresa quella di lasciare il mio lavoro. Pensavo che sparire fosse la riparazione. Non lo era. La rottura è arrivata comunque, completa, e stavolta senza più niente da offrire in cambio.

Da un giorno all’altro mi sono ritrovato solo. Senza casa. Senza soldi. Senza i miei oggetti. Senza lavoro — avevo lasciato anche il bar del mio socio, dove lavoravo con lui, quello di cui ho già scritto qui. Sono tornato a vivere dai miei genitori, alla mia età, con la valigia e poco altro. E loro mi hanno accolto come sanno fare solo le famiglie vere: senza una domanda di troppo, senza un giudizio, solo con lo spazio per rimettermi in piedi quando ne avevo bisogno.

La moto, quella, non l’avevo persa. Era rimasta l’unica cosa che portavo ancora con me da un capitolo all’altro della mia vita, anche quando tutto il resto era sparito. Non l’ho notato allora. L’ho notato solo adesso, mettendo in fila gli anni per scriverli.

Il fondo non è stato un momento solo. È stato un periodo lungo, confuso, che il mio cervello ha reso volutamente più sfocato di quanto probabilmente sia stato — una specie di anestesia che il tempo crea da solo, per proteggerti. Ma da qualche parte in mezzo a quella nebbia c’è un giorno che non si è sfocato: quello davanti allo specchio. Non ricordo dove fossi esattamente, né che ora fosse. Ricordo solo la faccia che ho visto — più stanca e più vecchia di quanto mi aspettassi, con gli occhi di uno che ha smesso di credere alle proprie scuse. È a quella faccia che ho smesso di raccontarmela. Non era la situazione, non era il momento, non erano gli altri. Le ho detto quella frase, e l’ho detta sul serio.

Non è consolazione. È l’esatto contrario: è l’unico modo che conosco per prendersi la responsabilità intera di un errore senza restarci schiacciati sotto. Guardarsi, dirsi la verità più scomoda, e da lì — solo da lì — trovare la spinta per rialzarsi. Cadere e rialzarsi non è un evento che succede una volta. È un movimento che si ripete, ogni volta che serve, ancora e ancora.

Da quel punto in poi le cose non sono tornate come prima. Sono ripartite diverse. Un lavoro in un negozio di moto a Varese, uno stipendio piccolo e una casa in affitto pagata con fatica — ma era di nuovo la mia indipendenza, guadagnata pezzo per pezzo. Poi un colloquio inaspettato con un’azienda automotive, una selezione, un ruolo commerciale che sembrava scritto apposta per me.

Poi ancora un cambiamento, un salto di carriera colto senza esitare — e sul lavoro ho conosciuto una persona che è diventata prima la mia compagna, poi mia moglie. Non è stata solo una buona notizia arrivata al momento giusto: è lei la prova più concreta che rialzarsi per davvero ti porta in un posto migliore di quello da cui sei caduto. Progetti nuovi, una casa insieme, e una vita che oggi, con tutta l’onestà che riesco a mettere in queste righe, chiamo felice — anche grazie a lei, che questo blog lo legge, e che questa volta lo scrivo qui invece che dirlo solo a voce.

Non è tornata la leggerezza di quegli anni da “figo del villaggio”, e non voglio che torni. Sarebbe più comodo vivere senza pensarci due volte prima di ogni scelta, questo è vero. Ma ho imparato a ricalibrarmi ogni volta che la vita mi chiede di farlo, e questa è una cosa che quella leggerezza non mi aveva mai insegnato.

Sono sempre stato uno modesto, a volte fino all’errore opposto: sottovalutarmi in un mondo pieno di gente che si celebra da sola ad alta voce. Un amico — quello che porta il nome di un vino, di cui vi ho già parlato — qualche tempo fa mi ha sentito dire che mi sentivo un po’ un fallito, perché non tenevo il passo di chi mi sta intorno. Mi ha risposto l’esatto contrario. Non per consolarmi, ma perché lo pensava davvero — e non serve conoscersi da una vita per riconoscere chi vale. Certe conferme bisogna imparare a prenderle, senza vanità e senza bisogno del confronto — perché il confronto, quello, non serve a niente.

È stato durissimo. Ripensarci per scrivere questo pezzo lo è stato quasi altrettanto: ci sono pezzi di quegli anni che il mio cervello ha allontanato apposta, e va bene così, non tutto va riportato a fuoco.

Ma è stato anche, in un modo che capisco solo adesso, bellissimo.

Se siete caduti anche voi — e prima o poi càpita a tutti, in una forma o nell’altra — non ho una ricetta da darvi. Ho solo una frase, poco elegante e poco social, che ripeto a me stesso quando serve, e che ripeterò ancora la prossima volta che ne avrò bisogno.

Ciao cazzone. Hai fatto una cappellata enorme, ed è tutta colpa tua.

Non è una condanna. È l’unico modo che conosco per rialzarmi davvero.

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