Il Mio Socio

Ci sono amici che scegli. E ci sono amici che ti capitano, d’estate, per caso, perché qualcuno ha una casetta in un paesino che neanche Google Maps trova al primo colpo. È così che ho trovato il Mio Socio.

Andrea mi è capitato così. Avevamo sedici anni, forse diciassette — l’età in cui non ti serve un motivo per diventare amico di qualcuno. Ti basta una moto, un’estate e nessun posto dove andare davvero.

Cavona è una frazione della Valcuvia, una manciata di case vecchie su una collina, senza un bar, senza un negozio, senza niente che giustifichi la tua presenza. Ma i suoi genitori avevano una casettina lì e ci venivano d’estate da Corbetta. Io la Valcuvia la frequentavo per le compagnie di amici — quei giri larghi da adolescenti dove conosci gente attraverso gente e alla fine non sai più chi ti ha presentato chi.

Della prima estate insieme non ricordo granché. Era più una conoscenza che un’amicizia, una di quelle cose leggere da fine luglio. Ma c’era un dettaglio che cambiava tutto: lui aveva una moto come me. Anzi, ne aveva una migliore. Io giravo con la mia Gilera SP01 — la stessa che mio padre, qualche anno dopo, avrebbe sostituito con un gesto che ancora non riesco a spiegarmi del tutto. Lui aveva una Cagiva Mito a sette marce. Sette marce su un 125. Roba da ricchi, pensavo. Roba da uno che le cose le fa sul serio.

Diventammo inseparabili. Non nel senso poetico — nel senso che ero fisicamente sempre a casa sua. Passavo i weekend a Cavona, dormivo lì, mangiavo lì. Le feste insieme, le ragazze insieme, le cazzate insieme. Non ci siamo mai fatti mancare nulla, e quando dico nulla intendo proprio nulla.

Di una sera in particolare non siamo mai riusciti a ricostruire la versione completa. Venticinque anni dopo, ancora no. Sappiamo che era una di quelle serate da film — mega serata, il tipo che non pianifichi ma che succede e basta. Sappiamo che tornammo a Cavona talmente sbronzi da dimenticarci dove avevo parcheggiato la macchina. La mattina dopo ci svegliammo nel panico, convinti che ce l’avessero rubata, e passammo un’ora buona a cercarla per il paese. Un paese di venti case. Roba da “Una Notte da Leoni”, ma in Valcuvia, senza tigre e senza Las Vegas. Solo due cretini e una macchina sparita. Ma quanto ridere.

Passarono le estati e con loro passarono anche i 125. Arrivarono le moto vere, quelle con i cavalli che non puoi più contare sulle dita. E arrivarono le mattane vere — quelle che ti fanno sentire immortale e che oggi, a ripensarci, ti fanno sudare freddo.

Perché sì, sorpresa: anche io, il tipo che oggi si fa chiamare Slow e scrive un blog sulla lentezza, ero uno scatenato della velocità. Ero giovane, sbruffone e convinto che certe cose succedessero solo agli altri. A me no. A me mai. Il mondo era una pista, la strada era mia e il gas era l’unica risposta a qualsiasi domanda.

E in effetti a me non successe mai niente. Mai un incidente, mai una caduta. Andrea invece qualche casino lo combinò. Il più bello — e dico bello perché a distanza di anni posso dirlo — fu il giorno della sua maturità.

Andrea aveva dato l’esame dopo di me — aveva perso un anno alle superiori. A quel punto girava con una Honda CBR 600 F — una moto con un sound forte e acuto, pieno, di quelli che senti arrivare tre curve prima. E quel giorno, dopo l’ultimo orale, dopo aver salutato per sempre la scuola, uscì con un’euforia che poteva finire in un solo modo: manate di gas a caso su quella CBR. Si impennò come un asino a un semaforo, perse il controllo e distrusse la moto. Per fortuna senza farsi male — il che è l’unica ragione per cui questa storia è divertente e non tragica.

Ma la parte migliore venne dopo. Andrea iniziò a raccontare a tutti la sua versione dei fatti: diceva che aveva aperto il gas allo scatto del semaforo, che la ruota aveva derapato sulla striscia bianca, e che poi, quando lo pneumatico aveva ritrovato l’asfalto, il grip improvviso aveva fatto impennare la moto fino a ribaltarla. Una ricostruzione tecnica impeccabile. Quasi scientifica. Così precisa da essere ovviamente inventata.

Bella favola per chi non ti conosce, Andrea. Ma a me — al tuo socio — non potevi certo nascondere che avevi fatto una coglionata galattica. Ne ridemmo tantissimo. Ne ridiamo ancora adesso.

Poi vennero altri anni belli. Tanti. Ma a un certo punto ci allontanammo. Non litigammo, non successe niente di clamoroso. Fu qualcosa di più subdolo — le vite che prendono strade parallele e poi piano piano smettono di esserlo. Succede così: prima salti un compleanno, poi un Capodanno, poi non ti accorgi che sono passati sei mesi dall’ultima volta che vi siete visti. E quando te ne accorgi, non sai più come ricominciare.

So solo che fu così. E che mentre lui attraversava dei momenti difficili, io non c’ero. Venne a mancare sua mamma. E io non c’ero come avrei dovuto esserci. Non come il suo socio avrebbe dovuto esserci.

Ci fu poi un periodo in cui tornammo vicini — o almeno così sembrò. Attraversai un momento nero, mollai il lavoro della vita e finii a lavorare con lui nel bar che gestiva con successo. Era il modo più naturale di ricominciare: stessi ritmi, stesse risate, come a Cavona. Ma lavorare insieme non è come essere amici insieme. Le cose si complicarono, i ruoli si confusero, e quello che doveva essere un ritorno diventò un’altra partenza. Me ne andai deluso, profondamente deluso, e di nuovo ci perdemmo.

Poi morì mio padre.

E Andrea era lì. Al funerale, senza bisogno di invito, senza bisogno di spiegazioni. Mi strinse fortissimo, come solo qualcuno che ti conosce da trent’anni sa fare. In quel momento tutto fu cancellato — gli anni di silenzio, la delusione, le distanze. Eravamo tornati improvvisamente fratelli. Più grandi, con più pensieri e qualche capello grigio, ma sempre noi.

Da quel giorno non ci siamo più persi.

E quando qualche tempo fa se ne andò anche il suo di papà, io ero lì. Stavolta c’ero, perché sapevo cosa si prova. Perché lui si meritava la mia presenza come io mi ero meritato la sua.

Tante cose sono successe tra noi. Tante ne succederanno. Le affronteremo con calma, spero sempre insieme — ricordandoci le cazzate colossali fatte a vent’anni, ma oggi felicemente più lenti. Due tipi che correvano come pazzi e che un giorno, senza mettersi d’accordo, hanno tolto una marcia.

Non perché il mondo ce lo ha chiesto. Ma perché finalmente abbiamo capito che le cose importanti — le amicizie, i ritorni, i silenzi che si rompono — non hanno bisogno di velocità.

Hanno bisogno di tempo. E di qualcuno che, dopo trent’anni, è ancora il tuo socio.

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