
Era un incrocio senza nome. Una di quelle biforcazioni che non compaiono sui navigatori perché nessuno ha mai pensato che valesse la pena segnalarle. Girai a destra invece che a sinistra — forse per distrazione, forse perché il sole batteva dall’altro lato e non riuscivo a leggere bene. Fatto sta che girai.
La strada si restrinse quasi subito. Asfalto vecchio, segnato dagli inverni, con l’erba che spingeva dai bordi come se stesse lentamente riprendendo quello che gli era stato tolto. Non era una strada per andarci veloci — non per scelta, ma perché fisicamente non era possibile. Salivo, e più salivo meno capivo dove stessi andando. A un certo punto mi sono fermato. Ho spento il motore. Ho pensato di tornare indietro.
Non l’ho fatto.
In cima non c’era niente di costruito. Nessun belvedere, nessun cartello turistico, nessuna panchina messa lì da qualcuno che aveva deciso che quello era un posto degno di nota. Solo uno slargo di terra battuta dove la strada finiva, e davanti — il vuoto. Valli che si aprivano una dentro l’altra, colori che non avevo nome per descrivere, e un silenzio che non era assenza di suono ma presenza di qualcosa d’altro. Sono rimasto lì fermo, con il casco ancora in testa, a guardare.

Quella vista non era sul navigatore. Non era su nessuna lista di “i dieci posti da non perdere in Valtrebbia”. Era lì da secoli, e io ci ero arrivato sbagliando. Ne avevo già scritto — che a volte le strade più belle sonoquelle più vicine a casa. Ma quel giorno in Valtrebbia l’ho capito in modo diverso.
Ci ho pensato tornando a casa, con le curve che scorrevano quasi da sole sotto le ruote. Ho pensato che la cosa più bella che mi fosse capitata quel giorno non era pianificata. Era successa perché avevo sbagliato incrocio. E da lì il pensiero è scivolato — come succede in moto, quando la mente cammina parallela alla strada — verso un altro incrocio. Uno senza asfalto.
Avevo un lavoro che molti avrebbero tenuto stretto. Stipendio, stabilità, una scrivania con il nome sopra — metaforico, ma ci siamo capiti. L’ho lasciato. Non perché fosse sbagliato in assoluto, ma perché qualcuno di importante per me aveva bisogno che lo facessi — e io ci vedevo anche un modo per riparare a qualcosa che avevo rotto. Ho scelto quella persona invece di me. È stato un errore. Lo sapevo anche allora, mentre firmavo, mentre sorridevo, mentre dicevo che andava bene.
Quello che è venuto dopo è stato stretto e consumato come quella stradina in Valtrebbia. Periodo sbagliato, direzione incerta, più di una volta fermo a chiedermi se tornare indietro fosse ancora possibile. Non lo era. O forse sì, ma non l’ho fatto — e anche questa volta è stata la scelta giusta.
Perché quella strada storta mi ha portato dove sono adesso. A un lavoro che non avrei mai cercato se fossi rimasto al sicuro. A persone che non avrei mai incontrato. A una versione di me che il me di prima non si sarebbe mai immaginato di diventare. Niente di tutto questo era sul navigatore.
E non parlo solo di lavoro. Quella scelta aveva un nome, una storia, un futuro che immaginavo. Andò male — come spesso va, quando costruisci qualcosa sulla colpa invece che sulla verità. Ci fu un’altra strada nel mezzo, un altro tratto incerto. E poi, quando non stavo più cercando niente, arrivò lei. Mia moglie. Il posto dove la strada ha smesso di sembrare sbagliata.
Forse è così che funziona — la vita e le sue strade si somigliano più di quanto pensiamo. Un incrocio imprevisto, una direzione sbagliata, un tratto stretto e consumato che non avresti mai scelto guardando la mappa. E poi, senza che te lo aspetti, il panorama più bello che tu abbia mai visto. Le persone più vere che tu abbia mai incontrato.
La fortuna di perdersi è questa: che a volte la strada giusta non la scegli. Ti ci ritrovi.
