La Moto che Non Avrebbe Dovuto Scegliere

Una mattina qualunque

Gilera SP01, la moto prima della Ducati Monster
Ducati Monster 600 rossa, la mia prima moto vera

Eravamo usciti per comprare una 125.

Usata, possibilmente. Affidabile, di sicuro. Qualcosa di pratico che rimpiazzasse la mia Gilera SP01 — bella come poche, sfortunata come molte — che aveva grippato il motore nel modo più definitivo possibile. Nessuna colpa particolare, nessun dramma: queste cose succedono. Bisognava andare avanti.

Mio padre non amava le moto. Non le aveva mai amate, non le capiva, non ci aveva mai trovato niente di interessante. Ma era venuto. Questo mi sembrava già abbastanza.

Girammo. Guardammo. Valutammo cose usate con chilometri e graffi e storie di qualcun altro. Era una di quelle mattine pratiche, senza poesia — il tipo di mattina in cui si fa quello che si deve fare e poi si torna a casa.

Non so esattamente come andò. So solo che a un certo punto ci trovammo davanti a lei.

Una Ducati Monster 600. Rossa. Con il telaio color bronzo, caldo come metallo appena lavorato. Nuova. Il 1998 aveva ancora quell’odore lì — gomma, vernice, qualcosa di pulito e promettente che non ho mai più sentito uguale.

Non stavo nemmeno guardando in quella direzione. Non era quello che cercavamo. Non era quello che potevamo cercare.

Fu mio padre a fermarsi.


Il momento in cui la realtà cambia direzione

Non ricordo le parole esatte — se ne disse molte o poche, se ci fu una trattativa o una decisione presa in silenzio. Ricordo l’effetto. Quella sensazione strana di quando la realtà cambia direzione senza avvertirti.

Mio padre, che non capiva le moto, stava comprando una Ducati Monster. Nuova. Rossa. Per me.

Eravamo usciti per una 125 usata.

Ci sono momenti nella vita in cui non riesci a fare altro che guardare. Non hai le parole, non sai ancora cosa stai vivendo. Lo capirai dopo — molto dopo — quando avrai abbastanza distanza per vederne la forma.

In quel momento guardavo soltanto.


Il rosso si vedeva da lontano

Quella Monster la usai per tutto. Per i pomeriggi senza meta di quell’autunno, quando la luce si fa orizzontale e le strade sembrano pensare. Per imparare cosa significava stare da soli in modo nuovo — non solitudine, ma spazio. Per capire, chilometro dopo chilometro, che si può avere una direzione senza avere una meta.

Il rosso si vedeva da lontano. A volte mi fermavo e mi giravo a guardarla — sul bordo di una strada, davanti a un bar, parcheggiata nel niente. Faticavo a credere che fosse mia.

Mio padre ogni tanto mi chiedeva com’era. Come va? Intendeva la moto, ma forse intendeva anche altro. Io rispondevo bene, sempre bene, e lui annuiva come chi capisce senza aver bisogno di dettagli.

Non ci siamo mai seduti a parlare di quel giorno in modo serio. Non ne avevamo bisogno. C’era un’intesa che funzionava proprio perché non veniva detta.


Quello che capisci solo dopo

Capii solo dopo che quel gesto non aveva una spiegazione razionale — e che era esattamente per questo che pesava così tanto. Non era un regalo studiato, programmato, incartato. Era una cosa improvvisa, sproporzionata, quasi irragionevole. Eravamo lì per una 125 usata e lui aveva guardato una Monster rossa e aveva deciso.

Non so cosa vide. Non so se chiese consiglio a qualcuno, se si fece guidare dal venditore, se seguì un’intuizione o semplicemente smise di ragionare per un momento. Non glielo chiesi mai.

Ma ogni volta che penso al bronzo di quel telaio, alla linea rossa parcheggiata nel sole di una mattina qualunque, mi viene da pensare che forse ci aveva messo più cura di quanto volesse far vedere. O forse no — forse fu davvero un impulso, e gli impulsi sinceri a volte sono la forma più alta di cura.

Ci vuole un certo tipo di amore per fare una cosa del genere. Per uscire a cercare una cosa e tornare con qualcosa di completamente diverso — qualcosa che non capisci, che non condividi, che non puoi abitare — e darlo a tuo figlio come se fosse la cosa più naturale del mondo.


La frequenza sotto alle altre cose

Ogni tanto, ancora adesso, sento il rumore di quella moto.

Non è un ricordo preciso — è più una frequenza, qualcosa che vibra sotto alle altre cose. Ci penso quando accendo la moto al mattino, in quei secondi in cui il motore scalda e tutto il resto è ancora fermo. In quei secondi sono sempre un po’ anche quel ragazzo del 1998, con le mani su un manubrio nuovo e tutta la strada davanti.

Eravamo usciti per comprare una 125 usata.

Mio padre non amava le moto — e mi regalò una strada.

(La Ducati Monster fu prodotta dal 1993 al 2001 — scopri la storia del modello.)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto